Articolo gentilmente concesso dalla Redazione di "Comunità" di Chiesa-Mondo
Ogni micro-cosmo, in ogni tempo, ha le sue parole trendy e –nell’ambiente ecclesiale- probabilmente non c’è espressione più ricorrente di quella declinata come “fraternità presbiterale”. Dal
Decreto Conciliare “Presbyterorum Ordinis” (1965) al documento della Congregazione del Clero “Il sacerdote ministro della misericordia divina” (2011) passando per l’Esortazione Apostolica
post-sinodale “Pastores dabo vobis” (1992) l’idea della fraternità presbiterale è un sottile file rosso che unisce il Magistero degli ultimi nove lustri.
Del resto, il concetto di fraternità presbiterale è un passaggio obbligato parlando dei Presbiteri perché costituisce una dimensione implicita al Sacramento dell’Ordine stesso. La fraternità –è
bene ribadirlo con determinazione- non è un optional perché “il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come un’opera
collettiva” . L’incardinazione del neo presbitero in una determinata Chiesa locale e la promessa di obbedienza all’Ordinario rappresentano due capisaldi dell’inserimento all’interno di un
presbiterio diocesano ben determinato.
Gli spazi di confronto, su quali forme e modalità debbano caratterizzare la fraternità presbiterale, sono estremamente ampli ma ritengo che due concetti siano imprescindibili: 1) “Non può
esistere il prete solitario; con l’Ordine Sacro egli entra a far parte di una fraternità sacramentale, e la comunione diventa la modalità fondamentale attraverso cui ogni presbitero serve la
Chiesa e ne promuove la missione nel mondo” ; 2) I presbiteri “costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio, sebbene destinato a uffici diversi…perciò i sacerdoti riconoscano in lui il loro
padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi, consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e amici” .
A che punto siamo oggi nel vivere la fraternità presbiterale? Mi piace condividere l’opinione di Mons. Nonis secondo il quale
una conoscenza anche mediocre della storia della Chiesa e della situazione presente ci permette di dire senza faciloneria che il Presbiterio cattolico del nostro tempo può essere considerato di
gran lunga, complessivamente e partitamente, fra i migliori di quelli che si sono succeduti nella Chiesa dopo l’età apostolica. A proposito della quale faremmo bene a non idealizzarne troppo i
tratti fisionomici, se prestassimo attenzione a ciò che gli apostoli fanno sapere delle condizioni, per esempio, della comunità di Corinto, o della comunità di cui parla Giovanni, creduto autore
della Lettera che comincia con le parole indirizzate al presbitero Gaio; in essa si viene a sapere che un certo Diotrefe “ambisce il primo posto” e “non ci vuole accogliere”. Non solo, ma “va
sparlando contro di noi con voci maligne” ed anche, “non contento di questo, non riceve personalmente i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa” .
E’ un reale ottimismo quello che traspare ma che non deve farci cadere nella tentazione di rallentare il lavoro, a ritmi sostenuti, che la Chiesa sta facendo con il clero. Da quando tre anni fa
il Cardinale Vicario di Roma mi chiese di occuparmi del Clero ed in particolare della fraternità tra i presbiteri, non ho mai smesso di chiedermi: cosa fare? E la risposta ogni anno diventa
sempre più chiara e si arricchisce di particolari che solo il lavoro sul “campo” può far fruttare. Ho capito, ad esempio, che la fraternità presbiterale non si può codificare in tutti i dettagli.
Certamente occorrono proposte chiare e puntuali, ma gli strumenti che aiutano a vivere la fraternità tra preti sono diversi e assumono maggiore o minore significato secondo la sensibilità, la
storia, la formazione del singolo sacerdote. Dietro ad ogni persona c’è un tesoro prezioso che a volte risplende naturalmente e a volte è nascosto tra cicatrici e sofferenze accumulate nella vita
sin dai primi anni di vita. Volendo delimitare, per quanto possibile, lo spazio a disposizione della fraternità presbiterale credo che tre punti di riferimento vadano individuati come limiti
borderline: a) il prete isolato; b) il prete assorbito da esperienze spirituali/ecclesiali extra diocesane; c) il prete selettivo.
Il prete isolato è, nell’ottica della fraternità, un non-senso sacramentale ed ecclesiale ma è soprattutto l’espressione di un uomo ferito che lancia una richiesta di aiuto spesso in modo del
tutto inconsapevole. Per lui, concentrato spesso solo su quello che succede nella sua parrocchia, ogni proposta di allargare l’orizzonte del proprio sguardo è un’inutile perdita di tempo. Il
prete assorbito in altre esperienze extra diocesane è spesso rimasto deluso dalla qualità della fraternità tra il clero diocesano e cerca di compensare questa mancanza con altre esperienze spesso
legate alla vita religiosa o ai movimenti. Si relaziona con i confratelli tanto quanto è necessario ed utile ma si sente a casa propria solo quando riesce a condividere il suo tempo e le sue
energie con chi ha dato risposta al suo bisogno di sentirsi parte di un qualcosa di più grande della sua sola persona. In questo tipo di prete la fraternità sacerdotale spesso è vissuta come un
“accidente”: se si verifica è un dono, purché non intacchi altro, se non si verifica non è un problema. Infine, mi piace definire prete selettivo, il confratello che è disponibile a vivere
esperienze di fraternità purché corrispondano, a livello di contenuti e partecipanti, al suo paradigma. Per questi sacerdoti la fraternità presbiterale è sostanzialmente vissuta come declinazione
verso i propri ambiti d’interessi.
E’ chiaro che quanto prima presentato, è un problema significativo quando gli atteggiamenti descritti sono vissuti in modo estremo. Per il resto in ogni persona c’è un mix di elementi sopra
presentati.
Nella speranza di essere riuscito a presentare con sufficiente chiarezza la complessità che sottende alla fraternità presbiterale, sono convinto che l’unico strumento per realizzarla sia la
relazione tra preti e tra preti e vescovo. Nessun progetto e nessuna iniziativa diocesana se non punta alla creazione e alla qualità di relazioni tra preti, riusciranno mai a raggiungere
l’obiettivo ultimo che è la santificazione del clero nella santificazione del popolo a lui affidato. La fraternità presbiterale essendo intrinseca al Sacramento dell’Ordine non può che essere
espressione del Sacramento stesso e contribuire al raggiungimento della sua Grazia.
Dicevo che la fraternità presbiterale è incentrata innanzitutto sulla relazione. Relazione tra preti, tra preti e Vescovo, e tra ogni consacrato con Gesù Cristo, al cui Sacerdozio tutti noi
partecipiamo. Affinché tutto ciò non resti solo un bel costrutto teorico è necessario che ogni prete si senta “animatore” di questo sistema complesso di relazioni all’interno del presbiterio
diocesano nella sequela dell’animatore per antonomasia che è il Vescovo, sull’esempio di Cristo con i Dodici .
Se le relazioni vengono vissute nel presbiterio come tra maestri di umanità non potranno che alimentare, per il dono della Grazia del Sacramento dell’Ordine, una pluralità d’iniziative
istituzionali e spontanee.
E’ ormai diffusissima, tra le diocesi italiane l’esperienza della formazione permanente che al di là del suo obiettivo istituzionale – l’aggiornamento del clero più o meno giovane- costituisce
una preziosa possibilità per alimentare la fraternità presbiterale. Molto spesso è concentrata, per ovvi motivi, sui sacerdoti più giovani, ai quali si può far sperimentare un sistema relazionale
diverso da quello imparato nei Seminari e decisamente più presbiterale, da anziano della comunità cristiana.
Nella Diocesi di Roma, da un paio di anni si propone a tutti i sacerdoti, diocesani e religiosi, un percorso di fraternità che si snoda –mese dopo mese- durante l’anno pastorale. Occasioni in cui
il sacerdote non deve preoccuparsi e preparare nulla. Qualcun altro organizza per lui e tutti insieme si entra in relazione fraternamente. Si propongono visite culturali, giornate di
spiritualità, un pellegrinaggio insieme al Cardinal Vicario e ai Vescovi Ausiliari, una settimana di vacanza estiva. Accanto a tutto questo, tanti sacerdoti, si sono organizzati per creare
piccoli gruppi – chiamati appunto fraternità- che si incontrano mensilmente e seguendo un percorso che liberamente si danno. Ci sono sacerdoti che si incontrano periodicamente con i loro compagni
di ordinazione, chi con altri sacerdoti per pregare e fare condivisione del proprio Ministero, chi per aggiornarsi sulla Pastorale e chi più semplicemente per condividere la cena della Domenica
sera.
Dinanzi a tanta ricchezza non ci resta che proseguire su questo cammino tra preti e da preti, sull’esempio di tanti laici che vivono santamente il loro Battesimo.